Oggi la scrittrice Edy Tassi ci parla di una paura che conosco molto bene, quella della pagina bianca. Ogni volta che sto per cominciare a scrivere una nuova storia, immancabilmente mi blocco. Piacerà? Non piacerà? Ma come faccio a riempire così tante pagine? Non ci riuscirò mai… Sarà una disfatta… Moriremo tutti… e via dicendo. 

Perciò ho trovato utilissimi i suggerimenti che Edy ci offre in questo articolo per non farsi prendere dal panico davanti a una pagina bianca. Che dobbiate scrivere un romanzo, un articolo, o qualsiasi altra cosa, keep calm and… leggete qui sotto!

 

La paura di fare qualcosa, passa, imparando a farla?

Me lo sono domandata proprio in occasione dell’invito di Chiara a scrivere questo pezzo. E sono giunta alla conclusione che forse, la paura passa se quello che impari a fare è un gesto ripetitivo, condizionato da poche variabili e, soprattutto, con un carico emotivo basso. Per intenderci. Andare in bicicletta può fare paura, ma una volta che hai imparato, è un gesto che compi quasi senza pensare (a meno di imboccare una strada nuova) e con un carico emotivo modesto.

Altri gesti invece…

Faccio un esempio a caso. Scrivere.

Si può avere paura di scrivere? Certo. A me succede ogni volta che apro un nuovo file. Guardo quella pagina bianca con il cursore che lampeggia come a chiedermi «Allora?!» e mi domando: ce la farò a riempirne duecento? Trecento? QUATTROCENTO?

Non importa se ho già scritto e pubblicato altri romanzi. Anche se sono piena di entusiasmo, anche se voltandomi posso vedere alle mie spalle la conferma che so scrivere perché, guarda lì, ci sono quattro romanzi con sopra il mio nome a confermarlo, il dubbio arriva e anche la paura. Perché ogni libro è una storia a sé.

A questo, aggiungiamo pure il fatto che la mia critica interiore sembra non smettere mai di allenarsi e approfitta proprio di questi momenti per farmi vedere quanto è in forma: «Stavolta tutti scopriranno che non vali niente», «Stavolta una figuraccia non te la risparmia nessuno» e via dicendo. Carina vero? Ma scommetto che una cosa del genere non capita solo a me.

Scrivere è molto diverso che andare in bicicletta. Certo, puoi scrivere un romanzo, ma saprai scriverne un altro? E vogliamo parlare del carico emotivo e di aspettative che si porta dietro un libro? Piacerà? Non piacerà? Sarà quello che, finalmente, mi farà conoscere al grande pubblico? E via dicendo.

Come si risolve il problema?

Uno, è smettere di scrivere. Chi me lo fa fare di sobbarcarmi tanta fatica? Una decisione a cui mi sono avvicinata più volte. Dopo tentativi ripetuti, momenti di crisi, delusioni o semplicemente la sensazione che per quanto ci provassi, non ce l’avrei fatta. Ma non sono mai riuscita a metterla in pratica, perché non mi è mai sembrata una soluzione, quanto più una sconfitta. Come diceva Roy Bradbury:

FALLISCI SOLO SE SMETTI DI SCRIVERE

Invece, nel tempo ho imparato ad adottare piccoli trucchi e stratagemmi che mi aiutano a lasciare negli spogliatoi la critica interiore. E a non farmi bloccare dal numero di pagine bianche che ho davanti.

Cerco sempre di cominciare a scrivere con un’idea precisa in mente. Non sono il tipo che si siede alla scrivania senza la più pallida idea di dove la porteranno le sue dieci dita sulla tastiera. Non riesco a scrivere in una sorta di trance mistico, come se non ci fosse un domani… e nemmeno una trama. Ho bisogno di avere una direzione. E per me un po’ di sana programmazione è fondamentale. Il che non significa che sviluppo sempre e per forza una scaletta scena per scena. Ma siccome mi spaventa la possibilità di riempire il cassetto (o la C:\ del PC) di lavori iniziati e mai conclusi, ho imparato a chiarirmi le idee prima, a stabilire una traccia, un percorso. Metto a fuoco i personaggi, cosa vogliono, perché. Mi faccio anche un’idea della trama. Definisco, insomma, le coordinate più importanti. Un minimo di preparazione per non perdermi tra mille alternative, tra personaggi che saltano fuori dal nulla e che nel nulla ripiombano perché me ne dimentico. Per trovare un filo conduttore su cui camminare. E a proposito di fili e cammini…

Mi sforzo di non guardare mai in basso. Perché scrivere è un po’ come camminare su una fune. Penso a un equilibrista. Come fa ad arrivare da un capo all’altro di quella fune sospesa nel vuoto senza farsi prendere dalla paura? Un passo alla volta, senza distrazioni, trovando il giusto equilibrio e, soprattutto, tenendo ben fisso lo sguardo sul punto di arrivo. Quando scrivo cerco di fare lo stesso. Cerco di non abbassare lo sguardo sul pubblico sotto, cioè i lettori che aspettano il mio lavoro. Cerco di non domandarmi (troppo spesso, almeno) se la storia piacerà, se non piacerà, se me la stroncheranno, se la compreranno. Cerco di non perdere la concentrazione scrivendo una pagina oggi e la prossima tra una settimana. Come l’equilibrista, mi impegno a lavorare tutti i giorni per trovare l’equilibrio giusto sulla fune.

E come un equilibrista, il mio primo obiettivo è arrivare fino in fondo. Non importa se all’inizio non ho stile, se ondeggio a destra e a sinistra, se sono così concentrata da procurarmi una nuova ruga tra gli occhi. Pazienza, imparerò a sorridere dopo, l’importante è arrivare in fondo alla fune. Cosa vuol dire? Che per vincere la paura di non riuscire a finire il mio nuovo romanzo, l’unica soluzione è scrivere, scrivere, scrivere senza pensare se quello che sto scrivendo va bene o no, senza censurarmi. Purtroppo la maggior parte di noi è abituata a scrivere e correggere, scrivere e correggere in un circolo vizioso che rischia di paralizzarci. Invece la cosa più utile è arrivare in fondo alla storia, come viene. Dopotutto chi se ne frega? È la prima stesura, non la vedrà nessuno tranne me. Ma è una prima stesura importantissima perché è lo scheletro su cui poi costruirò muscoli e pelle, e aggiungerò abiti, lustrini e paillettes. Se rifletto troppo, se non prendo il coraggio a due mani e vado avanti, rimarrò come un equilibrista in bilico sulla fune, immobile, che tentenna prima di mettere quel piede avanti e rischia di cadere ancora prima di essere arrivato a metà. Ma per non tentennare…

Ho imparato a regalare una vacanza ai tropici alla mia critica interiore. Un passo costoso, lo so, ma ne vale la pena! Mentre scrivo, infatti, cerco di non ascoltarla se mi suggerisce di cambiare quella parola e di sistemare quella frase, o se mi ripete di continuo che la mia è un’autentica, assoluta schifezza. Le dico: «Cara CI, so che parli per il mio bene, ma non è questo il momento. Vai a farti un giretto, prenditi un caffè, parti per una vacanza. Ti prometto che, una volta finita la prima stesura, ti verrò a cercare e potrai dirmi tutto quello che vorrai.» Lei non si sente inutile, sa che verrà il suo momento e mi lascia in pace. Ogni tanto devo ripeterglielo, dopotutto è abituata a interferire di continuo, no?, ma piano piano anche lei si rende conto che è molto meglio sorseggiare un mojito sulla spiaggia che starsene per ore seduta alla scrivania insieme a me.

E come se tutto questo non bastasse, all’università ho imparato una lezione importante: si hanno molte più occasioni di passare un esame sedendosi davanti al professore, che rimanendo a casa, nell’attesa di essere davvero pronti. Perché può capitare di non sentirsi mai davvero pronti. Invece, sedendosi su quella sedia scomoda, ci si può mettere alla prova. Proprio come quando si scrive. L’importante è sedersi a quella scrivania. Essere dove le cose possono succedere. Agire. Prendere un bel respiro e lanciarsi, una parola dopo l’altra.

Ecco perché finisco con questa bella citazione di Wayne Getzky, un noto allenatore di hockey su ghiaccio:

TUTTI I TIRI CHE NON FAI FINISCONO FUORI

Vale sempre la pena di tentare un tiro, proprio come vale sempre la pena di sedersi alla scrivania e cercare di raccontare una storia.

Grazie a Chiara, che mi ha voluta con sé, in questo cammino sulle paure. Per me è stato un onore. PS: ovviamente, anche per scrivere questo post ho applicato la teoria dell’equilibrista e ho mandato in vacanza (il tempo di una manicure) la mia cara CI!

 

Edy

Edy Tassi si definisce una “tradautrice”, una creatura ibrida che tiene nella mano destra una penna, nella sinistra un dizionario. Ha una laurea in letteratura tedesca e un master in gestione di impresa. È sposata, ha due figlie e le sue giornate ruotano attorno alla famiglia e ai libri. Infatti, ciò che le dà più soddisfazione e che finalmente a casa sua hanno imparato che quando è seduta sul divano con una tazza di tè e un libro in mano sta lavorando! Da quindici anni nell’editoria, ha tradotto più di settanta libri per Piemme, Feltrinelli, Harlequin Mondadori e Morellini e ha pubblicato romanzi rosa come Effetto Domino (2014, Harlequin Mondadori) e Non c’è gusto senza te (2016, HarperCollins), insieme alla giornalista Gloria Brolatti. Assolo è il primo romanzo della serie Sulle punte (Emma Books), seguito da Intervallo (Sulle punte #1.5).